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Cenni storici sull' Etiopia

Cenni storici sull' Etiopia - Girotondo for Africa Onlus

L'Etiopia nelle fonti antiche

Radicati in una nobile civiltà di ispirazione biblica, gli Etiopi rintracciano le fasi arcaiche della propria storia nelle rilevanti ed antichissime menzioni della loro Terra presenti nel Testo Sacro, ove all’incirca cinquanta volte si fa riferimento, con la denominazione ebraica di Kush, ad un’estesa entità geografica, politica e culturale indicante, nelle parole del Prof. E. Ullendorff, “l’intera valle del Nilo, a sud dell’Egitto, che include la Nubia e l’Abissinia” (Ethiopia and the Bible). Le fonti egizie, parallelamente, attestano relazioni con queste civiltà sin dal III millennio a. C., ed impiegano inoltre una seconda denominazione, Punt, per riferirsi ad un’area leggermente più a meridione, rinomata come “Terra Divina” per la ricchezza delle sue risorse, con la quale sono attestati contatti commerciali già durante la V dinastia (ca. 2500 a. C). Iscrizioni su di un tempio nei pressi di Tebe rappresentano la spedizione intrapresa alla volta di Punt dalla regina egizia Hatshepsut attorno al 1500 a. C., documentandovi l’esistenza di una civiltà autonoma e progredita; non sorprende quindi constatare che ancora molto più tardi, in epoca tolemaica, viaggiatori greci potessero registrare la presenza di steli sul modello egizio lungo le rive africane del Mar Rosso. I ritrovamenti archeologici ed epigrafici confermano la presenza di civiltà avanzate nell’area etiopica già intorno al X – VIII secolo a. C., epoca in cui si colloca l’esistenza del regno D‘mt, che intorno al quinto secolo declinerà per trovare valida successione soltanto vari secoli più tardi (ca. I secolo a. C.) con l’ascesa dell’impero Aksumita.
La definizione ebraica di Kush venne resa con il termine Aithiopìa nella traduzione greca della Bibbia nota come Septuaginta (LXX), realizzata in ambienti giudaici d’Egitto tra il III ed il II secolo a. C., e passò di qui al Nuovo Testamento, che si riferisce pertanto agli abitanti dell’area come Aithiopes. Era stata, questa, la definizione già impiegata dagli autori greci classici, e dunque da quelli ellenistici, per indicare in generale le popolazioni di pelle scura, o per riferirsi più esattamente agli abitanti delle medesime terre a sud dell’Egitto, scaturendone nella relativa letteratura riferimenti tanto vaghi quanto espressivi del sentimento frammisto di mistero ed ammirazione suscitato nell’immaginario e nella cultura ellenici dal confronto con tali remote civiltà. È così che già Omero (ca. IX secolo a. C.) poteva ricordare, in apertura dell’Iliade (I, 418-420), gli “Etiopi valorosi” presso i quali Zeus e gli altri dei si erano recati a banchettare, e nelle cui dimore, situate alle estremità della terra, nuovamente Poseidone si trovava a festeggiare in principio dell’Odissea (I, 22).

L'Etiopia nell'antico testamento

Già agli esordi della Torah, nel testo della Genesi, la nostra area è indicata come parte del Giardino di Eden, la sede dell'Uomo incorrotto, l'Adamo precedente alla trasgressione ed alla conseguente caduta (Genesi 2, 13): ivi si menziona infatti, tra i quattro fiumi che scorrono nell'Eden, il Ghion che "circonda l'intera terra di Kush", da identificarsi con il Nilo Azzurro, le cui sorgenti, situate nell'odierna Etiopia, sono tuttora note alla popolazione locale con affine denominazione (Giyon). Secondo le tavole genealogiche delle nazioni, inoltre, è proprio da Kush che fu generato Nimrod, a sua volta progenitore di Ur, dal quale sarebbe infine giunta la famiglia di Abramo, capostipite degli Israeliti (Genesi 10, 8; I Cronache 1, 10; Genesi 11, 31).
Il Libro dei Numeri 12, 1 riferisce del matrimonio di Mosè con una donna kushita, da identificarsi, secondo la tradizione autoctona, con la stessa moglie altrove appellata Tzipporah (Esodo 2, 21), risultandone che una discendenza etiopica venga attribuita, entro questa prospettiva, anche al padre di costei Yitro (in etiopico Yotor), il sacerdote di Midian che contribuì in maniera cruciale all'istituzione di un ordinamento politico e giuridico per il popolo Israelita (Esodo 18). Tale identificazione tra Midianiti e Kushiti trova fondamento in un passo di Abacuc 3, 1, ove i due popoli risultano assimilati mediante la forma retorica del parallelismus membrorum. D'altronde, molti secoli più tardi sia lo storico Giuseppe Flavio (I secolo d. C.) che tradizioni midrashiche (Yashar Shemot, ca. XI secolo d. C.) attestano la persistenza di racconti giudaici relativi alla permanenza in Etiopia di Mosè stesso, che secondo tali narrazioni vi era divenuto sovrano prima del proprio incontro con Dio sul Monte Sinai: è in questo atto di ospitalità per il profeta che altre interpretazioni rabbiniche individuavano la ragione per cui tra gli Etiopi si pratichi, come tra gli Ebrei, la circoncisione dei bambini maschi all'ottavo giorno di vita.
Secondo il Libro dei Salmi, la terra di Kush "protenderà le proprie mani a Dio" (Salmo 68, 31) e parteciperà alla gloria di Sion (Salmo 87, 4), mentre nella versione greca (LXX) del Salmo 72, così come in quella etiopica, si annuncia al verso 9 che "gli Etiopi si prostreranno" al Re Messia. Quest'ultima lezione, seppur non presente nel Testo ebraico, ha tuttavia un probabile richiamo in un'interpretazione attestata nel Talmud, ove si afferma che il Re Messia rifiuterà i doni dell'Egitto, ma accetterà quelli dell'Etiopia, non avendo quest'ultima mai oppresso Israele (TB Pesachim 11 8b). Non è dunque casuale che un Kushita - messaggero e dunque instancabile corridore, abilità per cui gli Etiopi si distinguono e sono tuttora rinomati nelle discipline atletiche - figuri nelle vicende del re e profeta Davide (II Samuele 18, 21-32), colui che dei Salmi stessi è tradizionalmente considerato autore.
Fu comunque all'epoca del figlio di Davide stesso, Salomone, che ebbe luogo il celebre viaggio verso Israele della Regina di Shewa/Saba, menzionata nella Bibbia in diverse occasioni, rivendicata tra i propri dall'Etiopia e quivi conosciuta con il nome di Makkeda. Secondo le tradizioni confluite nel Kebra Nagast ("Onore dei Re"), testo fondante dell'identità cristiana etiopica, al momento del loro incontro fu concepito un figlio, Qadamawi Menilek, divenuto in seguito il primo regnante d'Etiopia ad abbracciare la fede Israelita nel Dio Unico ed a trasmetterla alla propria nazione. Facendosi risalire a questo frangente anche il trasferimento in Etiopia dell'originale Arca dell'Alleanza, tuttora custodita presso Aksum ed associata nell'Antico Testamento alla Presenza di Dio tra gli uomini, è altresì a partire da qui che si origina l'autocoscienza etiopica di costituire l'ultima Sion (Tzion), ossia la legittima erede del popolo eletto biblico sia in quanto custode della sua potenza spirituale (Tzion ze-nefs) che in quanto suo discendente anche carnale e dunque dimora del dekik-e Israel (prole di Israele). Da Qadamawi Menelik si traccia anche la discendenza davidico-salomonica della monarchia etiopica protrattasi sino al Re dei Re Qadamawi Haile Sellassie, incoronato il 2 novembre 1930. L'Etiopia è parimenti citata nella letteratura dei Profeti. Nell'VIII secolo a. C., il profeta Amos (9, 7) esplicita l'eguaglianza dei popoli agli occhi di Dio mediante un'equiparazione tra Etiopi ed Israeliti; a sua volta Isaia attesta, pressappoco alla stessa epoca, l'esistenza in Etiopia di comunità ebraiche (11, 11). Più tardi, anche Sofonia, significativamente appellato nel suo testo "ben kushiy", figlio di Etiope (1, 1), testimonia la presenza in quest'area di adoratori del vero Dio: "Da oltre i fiumi di Etiopia i miei adoratori, la figlia dei miei dispersi, mi porteranno le loro offerte" (3:10). A salvare Geremia da morte certa fu il kushita Ebed-Melek, nome significante "servo di Re" (Geremia 38, 7-12; Geremia 39, 16), cui viene pertanto rivolta una particolare promessa di liberazione dal Signore per aver posto fiducia in Lui; un riferimento agli Etiopi figura infatti altrove nel testo del medesimo profeta (13, 23).

L'impatto dell'antico testamento

Come a tal punto parrà ovvio, l'Antico Testamento e le sue consuetudini hanno permeato in maniera capillare la civiltà etiopica, esercitando su di essa un impatto che sarebbe altamente erroneo circoscrivere al campo strettamente religioso: per il fatto stesso che quest'ultimo non si concepisca neppure, nella mentalità Israelita, come separato da tutti gli altri ambiti esistenziali, gli esiti di tale penetrazione si estendono alla configurazione culturale, sociale, politica e morale della nazione, ponendosi dunque alla radice di categorie di pensiero e prospettive concettuali condivise con l'ebraicità secondo una portata difficilmente riscontrabile altrove, anche grazie al concorso di un sostrato etnico e linguistico in parte comune.
In accordo, una delle qualità più specifiche della Cristianità Etiopica consiste tuttora nella capacità di amalgamare armonicamente e senza fratture gli insegnamenti della Torah con il messaggio di grazia apportato dalla rivelazione cristiana, continuandosi ad osservare con zelo i precetti più rilevanti e caratterizzanti della tradizione ebraica, ai quali tuttavia, in accordo con la teologia cristiano-ortodossa nel contempo confessata, non si attribuisce valore salvifico, ma pertinenza devozionale e culturale. Secondo la tradizione indigena, sostenuta da fonti bibliche e storiografiche, tale peculiare identità si spiega appunto ammettendo che l'Etiopia, diversamente dagli altri Paesi divenuti cristiani a partire da un passato pagano, avesse già aderito alla fede monoteista ed alla Legge ebraica prima ancora dell'epoca cristiana, a seguito dei summenzionati eventi quali il matrimonio tra Mosè ed una donna etiope, e soprattutto l'incontro tra re Salomone e la regina Makkeda di Shewa, cui conseguirono, come si è detto, il trasferimento sul suolo etiopico dell'Arca dell'Allenza, contenente le Tavole della Torah, e la conversione di parte della popolazione al monoteismo ebraico. Come accennato, gli Etiopi si considerano dekik-e Israel, stirpe di Israele, e la monarchia ha sino ad epoca contemporanea mantenuto la propria discendenza dalla tribù di Yihuda (Giuda), cui nella concezione biblica erano associate le prerogative del potere regale e dell'avvento del Messia. Ogni Chiesa necessita, per esser stimata tale, della consacrazione di un tabot, tavola sacra intesa a riprodurre l'Arca dell'Alleanza e/o le Tavole della Torah (tsillat) in essa custodite. L'impatto dell'antico Testamento si esprime dunque sia in quanto concreta e palese osservanza dei precetti biblici (osservanza del Sabato al fianco della Domenica, regole dietetiche, circoncisione all'ottavo giorno, talune norme di purità rituale, ecc.) sia attraverso influenze meno dichiarate, ma in quanto tali ancor più preziose e rilevanti nel testimoniare un processo di continuità rispetto al passato ebraico: in questa seconda categoria si possono ad esempio includere, oltre al generale sapore biblico della quotidianità etiopica tradizionale, riscontrabile ad esempio in diversi rituali afferenti l'ospitalità o l'aggregazione sociale, anche fenomeni come: la tri-partizione spaziale degli edifici di culto, secondo il modello del Tempio di Salomone; l'esistenza, in parallelo al clero ordinato preposto ai Misteri, di una categoria di ecclesiastici non ordinati, ma intitolati alla custodia ed alla trasmissione delle scienze sacre, i debtera - scribi, maestri, cantori, interpreti e copisti, paragonabili dunque alla categoria ebraica degli soferim (scribi), dai quali si originarono infine, nel giudaismo, i rabbini; la sovrapposizione di festività cristiane a precedenti festività ebraiche, come è il caso, oltre che ovviamente per Pasqua o Pentecoste, anche per altre ricorrenze che tradiscono, nei tempi e nei contenuti, eredità legate ad eventi quali Yom Kippur, Rosh ha-shanah, ecc. Fanno inoltre parte del canone biblico etiopico testi oggi stimati cruciali per l'esatta determinazione storica e teologica del tardo giudaismo e del cristianesimo primitivo, tra i quali il libro di Henok ed il libro di Kufale (Giubilei), perduti in qualsiasi altra lingua, ed il IV Ezra o Apocalisse di Ezra. Val la pena sottolineare quanto si siano qui ricordati soltanto gli aspetti più palesi del fenomeno, non potendosi esso descrivere in tutta la sua complessità. Un importante teologo Etiope del XVI secolo, san Giyorgis Saglawi, ebbe a sintetizzare la questione affermando che "l'Etiopia è la depositaria della Torah", concetto reiterato pochi decenni più tardi dal negus e teologo Zara Yaqob nella sua raccolta omiletica, il Metzhafe Berhan. L'attuale patriarca di Etiopia, Abune Pawlos, ha recentemente affermato che "la civiltà etiopica è stata per duemila anni cristiana e per mille ebraica": per quanto gli studiosi occidentali tentino di negare il fondo sostanzialmente storico sottostante alle tradizioni del passato ebraico dell'Etiopia, che è elemento centrale per la Cristianità qui radicatasi, un modello di sviluppo storico alternativo e credibile per spiegare la specificità di tale conformazione identitaria non è stato tuttora proposto. Di fatto, la Cristianità etiopica ha preservato, con ininterrotta continuità nel corso della sua vicenda, un'icona di integrazione tra ebraismo e cristianità altrimenti scomparso, e che tuttavia le moderne ricerche scientifiche hanno accreditato come risalente all'originaria Chiesa di Gerusalemme ed espressivo cioè dell'attitudine dei primi discepoli di Gesù, che negli Atti degli Apostoli (21, 20) vengono descritti come credenti in Cristo e comunque "zelanti nella Legge" (zelotai tou nomou). A questo sostrato ebraico fanno risalire le proprie origini anche i membri del Beta Israel (Casa di Israele), noti come Felasha, la comunità di Ebrei Etiopi ormai quasi del tutto rimpatriata in Israele negli anni 1984-91. Sino a prima di quest'ultima migrazione, i Beta Israel praticavano una forma di religiosità che era stata talora definita mosaismo puro, in quanto ancora fondata sull'ordine sacerdotale e sulla ritualità sacrificale precedenti alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d. C.), e del tutto ignara, pertanto, delle successive evoluzioni normative rabbiniche (Mishnah, Tosefta, Talmudim, Mishneh Torah, ecc). La rivendicazione dell'origine etiopica della regina del Sud non è affatto arbitraria e peregrina come sovente si afferma da parte di quanti, intenti a delegittimare la ricostruzione etiopica tradizionale, vorrebbero piuttosto individuarne le origini presso il regno sud-arabico di Saba, situato sull'altra sponda del Mar Rosso. L'interazione tra le due coste è in effetti assodata sin da epoca antichissima, e l'idea che essa debba intendersi in termini di univoca derivazione della civiltà etiopica dagli apporti sud-arabici è ormai fortunatamente in fase di superamento, essendone stati riconosciuti il carattere altamente pregiudiziale e la dipendenza da classificazioni razziali di stampo ed epoca coloniali. Non si possiedono infatti attestazioni in tal senso in epoca arcaica, e le prime notizie di dominazione di una civiltà sull'altra indicano casomai, seppur in epoca soltanto più tarda, un controllo etiopico sull'area sud-arabica, come è ad esempio il caso delle iscrizioni di epoca aksumita. Alla medesima conclusione indurrebbero, tra l'altro, le già citate genealogie della Bibbia, che includendo tra i figli di Kush le nazioni di Shewa e Seba, e con esse diverse altre tribù arabe, paiono implicarne la filiazione dalla civiltà africana, sì come molto più tardi, ancora nel I secolo d. C., lo storico giudeo Giuseppe Flavio attribuisce origini chiaramente africane alla regina di Saba recatasi in visita presso Salomone (Antichità giudaiche VIII. 6. 2). Infine, non è più possibile attribuire pregiudizialmente ad apporto sud-arabico i numerosi toponimi in territorio etiopico che presentano affinità con la denominazione ebraica di Shewa: oltre alla regione stessa dello Shewa, di varie località del genere si ha attestazione da epoca molto più antica, essendo peraltro ormai attestato che un toponimo simile fosse associato all'area già ai tempi dell'indigeno ed antichissimo regno di D'mt, precedente quello di Aksum ed attestato infatti attorno all'VIII secolo a. C., appena due secoli dopo il periodo in cui Salomone governava in Israele.

 

Avvento e consolidamento del Cristianesimo

Il Cristianesimo sorse, si sviluppò e raggiunse l'Etiopia durante il periodo di fioritura del Regno di Aksum, che proprio nei secoli tra il I ed il VI giungeva all'apice del proprio splendore. Aperto ai contatti con Bisanzio e l'India, esso doveva ospitare una società economicamente florida e culturalmente vitale e variegata: nel I secolo se ne ha menzione come importante e prospero potere commerciale in un manuale di viaggi greco, il Periplo del Mar Eritreo; nel III secolo, quello Aksumita è ricordato dal persiano Mani come uno dei quattro grandi regni della terra insieme con Bisanzio, la Persia e la Cina; alle epoche del negus Ezana (IV secolo) e del suo più tardo successore Kaleb (VI secolo), è certamente Aksum a dominare sulla sponda asiatica del mar Rosso, attuale Yemen, e non viceversa. Del declino di tale impero poco è noto, se non che esso prese avvio in concomitanza con l'invasione persiana dello Yemen (ca. 570) e con l'ascesa della religione islamica (VII secolo), per aggravarsi probabilmente a seguito di un'invasione straniera databile al X secolo, raccordata dalle fonti tradizionali ad una regina di nome Yodit.
L'avvento della Cristianità in Etiopia è datato dal Nuovo Testamento stesso alla primissima epoca apostolica (I secolo d. C.), in seguito all'incontro presso Gaza tra Filippo, ministro dell'originaria Chiesa di Gerusalemme, ed un funzionario etiope della regina Hndake (Candace) d'Etiopia. La precisazione che il funzionario si fosse recato a Gerusalemme per partecipare al culto presso il Tempio e la sua rappresentazione in atto di leggere il libro di Isaia, profeta della tradizione ebraica, possono percepirsi come ulteriori ed esatte conferme della presenza monoteista in Etiopia già in epoca antecedente all'introduzione della Cristianità. Secondo la cronologia implicita al racconto degli Atti, in ogni caso, l'Etiope deve considerarsi il primo individuo di nascita extra-ebraica ad aver ricevuto il battesimo cristiano, avendo confessato la divinità e lo status messianico di Gesù Cristo con parole poi divenute formula liturgica universalmente in uso nel mondo cristiano.
In Etiopia si ammette comunque, anche da una prospettiva tradizionale, che per quanto la Cristianità avesse iniziato a radicarsi nell'area già dopo il ritorno in patria del funzionario battezzato da Filippo, il potere sacerdotale vi giunse definitivamente nel IV secolo: è in questa fase che si colloca infatti la cristianizzazione del regno di Aksum, a seguito dell'avvento di due giovani siri di nome Frumenzio ed Edesio, il primo dei quali particolarmente dedito al sostegno delle comunità cristiane già presenti nell'area. Essendosi recato presso Alessandria per sollecitare la consacrazione di un vescovo sul territorio aksumita, Frumenzio ricevette egli stesso l'incarico da parte di S. Atanasio, il celebre difensore dell'Ortodossia Nicena, passando dunque alla memoria tradizionale, in virtù del prodigioso successo della sua attività di evangelizzazione, con i titoli di Abba Selama (Padre di Pace) e Kessat-e Berhan (Rivelatore di Luce).
Circa la collocazione al IV secolo della definitiva cristianizzazione della corte aksumita e di buona parte della popolazione, la concordanza tra fonti indipendenti e di diversa natura è ad ogni modo talmente consistente da aver persuaso anche la critica contemporanea. Anzitutto, il racconto relativo all'attività di Frumenzio non giunge esclusivamente da tradizioni autoctone, ma è trasmesso da una fonte esterna quale l'Historia Ecclesiastica (libro I, capitolo IX) di Rufino di Aquileia, che afferma di aver udito il resoconto direttamente da Edesio, ritornato in Siria e lì divenuto presbitero. Dell'esistenza di Frumenzio e della radicazione del cristianesimo in Etiopia si hanno inoltre indipendenti e perciò definitive conferme nell'Apologia del già citato s. Atanasio, ove si riporta una lettera con cui l'imperatore bizantino Costanzo aveva tentato di imporre in Etiopia l'eresia ariana, ovviamente senza ottenere alcun successo. Ritrovamenti numismatici ed epigrafici, infine, attestano chiaramente che il passaggio della corte al cristianesimo sia da collocarsi all'epoca del negus Ezana (330 d.C), come riscontrabile dall'evoluzione da simbologie ed invocazioni di ispirazione pagana ad altre chiaramente cristiane, durante la quale non sarebbe da escludersi, come proverebbe almeno l'epigrafia, uno stadio intermedio di più generico monoteismo. In effetti, il sovrano aksumita cui la stessa lettera di Costanzo si rivolgeva è proprio Aizanas, con suo fratello Saizanas; entrambi costoro vengono venerati in Etiopia come Santi, avendo tra l'altro ricevuto nomi di battesimo altamente espressivi dei meriti loro riconosciuti: Abreha ("egli illuminò") ed Atsbeha ("egli ha portato l'alba").
In quanto fondata sull'insegnamento dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli e dei Padri, la Cristianità Etiopica confessa le formule di fede ispirate ai primi tre Concili Ecumenici della Cristianità Apostolica ed Universale (Nicea, Efeso e Costantinopoli), ma si rifiuta di aderire, al pari delle altre Chiese Ortodosse Orientali, agli insegnamenti del Concilio di Calcedonia, ritenuti inconciliabili con le precedenti deliberazioni ecumeniche. In tal senso, essa dovrebbe esser propriamente definita come "non-calcedoniana", e non secondo l'ancora usuale designazione di "Monofisita", erronea e carica di tendenziosità polemiche. Le Chiese Orientali rifiutano infatti la fede di Calcedonia non certo in quanto concordi con l'eresia monofisita, predicata da Eutiche, ma piuttosto in quanto persuase che la dottrina confessata in occasione di tale Concilio, ammettendo l'esistenza di due nature in Cristo (umana e divina) dopo l'incarnazione, debba considerarsi una forzatura cristologica incompatibile con le definizioni trinitarie espresse nei precedenti concili; senza negare la realtà dell'incarnazione, esse confessano pertanto il mistero cristologico nei termini di un'unica natura di Dio Verbo Incarnato, secondo una degna tradizione teologica che ebbe in S. Cirillo di Alessandria il massimo rappresentante.
Sul finire del V secolo, la già solida struttura cristiana dell'Etiopia trasse ulteriore giovamento dall'avvento in Aksum di gruppi di monaci dall'esterno, celebrati nei cicli agiografici degli Tsadqan (i Giusti) e dei Nove Santi. E' probabile che al loro approdo nell'area avesse contribuito anche il fatto che, oppostisi essi stessi alle decisioni di Calcedonia e dunque perseguitati dalle autorità bizantine, vi avessero individuato l'unico sicuro rifugio in quanto religiosamente non-calcedoniana e politicamente indipendente dall'impero romano. A costoro si attribuiscono soprattutto la cristianizzazione di aree ancora pagane - si noti ad esempio che due soltanto dei Nove Santi (Abba Pantalewon e Abba Liqanos) rimasero nell'area di Aksum, mentre tutti gli altri si spinsero in zone di confine - e l''introduzione del monachesimo, tuttora un elemento di grande rilievo per l'identità cristiana d'Etiopia. L'idea che la provenienza di questi monaci sia da individuarsi esclusivamente in area siriaca, come si era a lungo sostenuto negli ambiti accademici occidentali, è stata recentemente abbandonata a favore di un'origine in varie aree mediorientali, pur interne all'impero bizantino, come era d'altronde già sostenuto dai resoconti tradizionali, spesso indebitamente sottovalutati. All'opera di questi Santi, o comunque ad un processo di risveglio culturale cui essi contribuirono in maniera cruciale, deve inoltre collegarsi la consistente attività di traduzione che segna questo periodo, in tal caso principalmente dal greco, che era ancora tutto sommato la lingua letteraria preminente nell'Oriente cristiano: oltre alla revisione dei testi biblici, si deve a questa fase la resa in etiopico di opere fondamentali del patrimonio patristico, teologico e monastico, tra le quali occorre segnalare: il Qerlos, intitolato a S. Cirillo, ma contenente estratti da opere di vari Padri della Chiesa; la Vita di S. Antonio, redatta da S. Atanasio, e la Regola di S. Pacomio, che tuttora regolamenta la vita monastica in Etiopia.

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